31.10.05




Nel cortile e vento opposto del principio del mese di luglio sa tuttora cigolare una delle due porte petrolio-legno. Si spalanca per far entrare festa di due occhi, il lutto di una coda di parenti, buste brune di carta, che scricchiolano, un'albicocca o solo una sezione marcia lanciata dal cieco al primo piano. Lo spessore delle lenti. Sul sangue buttato radendosi ora il prete passa la picca d'allume. Uscendo da una ringhiera rossa come a ponte il topo già salito dalla gronda al mezzanino indaga e guadagna altri metri, fa un tuffo tra le foglie, sono di qualcuno. È femmina e depone nei giorni cinque dieci sacchetti di fame e siero che digeriscono subito il mondo, lasciando i piccoli fori bruciati, strappi, escrementi poi la gloria di una carcassa di stoffa e setole dove tra l'erba alta, lo spigo e i forasacco, una stadera di sola ruggine apre le braccia a croce per dondolare fune, assi e leve: avevano cercato facendo forza di schiodare un motore, lì. Nel resto del prato dietro. Resti di spazio continuano a picchiare nei resti di tempo, cose, qualcosa di quanto detto annotta, fa vecchio, viene calciato giù per i gradini dai nuovi padroni, che una con i capelli rossi osserva senza ridere ma piegando di lato la testa. Come se torcerle appena viste fosse inclinarle verso una trappola, una punta di ferro